CAMBIAMENTI CLIMATICI: COSA SI INTENDE?

In climatologia con il termine cambiamenti climatici o mutamenti climatici si indicano le variazioni del clima della Terra, ovvero variazioni a diverse scale spaziali (regionale, continentale, emisferica e globale) e storico-temporali (decennale, secolare, millenaria e ultramillenaria) di uno o più parametri ambientali e climatici nei loro valori medi: temperature (media, massima e minima), precipitazioni, nuvolosità, temperature degli oceani, distribuzione e sviluppo di piante e animali.

Secondo il Glossario Dinamico ISPRA-CATAP, per “cambiamenti climatici” si intende qualsiasi cambiamento di clima attribuito direttamente o indirettamente ad attività umane, il quale altera la composizione dell’atmosfera mondiale e si aggiunge alla variabilità naturale del clima osservata in periodi di tempo comparabili.

La mole di dati a conferma sia del cambiamento climatico, sia della sua attribuzione, è notevolissima, e si calcola che il 97% dei professionisti impegnati nella ricerca climatica concordi sull’attribuzione antropica.

Il cambiamento climatico così definito deve essere misurabile, in prima analisi, attraverso variazioni sistematiche nelle grandezze statistiche delle variabili meteorologiche, che siano calcolate in un intervallo di tempo di diversi decenni e di norma almeno trentennale.

La Terra ha 4.6 miliardi di anni, e processi di tipo astronomico e geologico, su scale di tempi di almeno qualche centinaio di migliaia di anni, hanno determinato condizioni iniziali diversissime per il clima terrestre: senza scomodare i primi due miliardi di anni della storia terrestre, in cui il nostro pianeta era un corpo completamente alieno dal punto di vista geofisico e atmosferico, i cicli orbitali, ed in particolare il ciclo di Milanković, hanno in effetti determinato periodi caldi e periodi freddi, che vanno sotto il nome di periodi interglaciali e glaciali. Il cambiamento attuale non è avvenuto in una scala temporale di milioni di anni, né di centinaia di migliaia, né di migliaia di anni, come i processi orbitali o geologici: è secolare se non decennale, ossia né geologico né astronomico, ma perfettamente riconducibile a processi puramente chimico-radioattivi.

Anidride carbonica atmosferica media mensile presso Osservatorio di Mauna Loa, Hawaii aprile 2020

La concentrazione di CO2 in atmosfera è passata da un valore di 280 parti per milione (ppm) registrato prima della rivoluzione industriale fino alle 414,50 ppm del 2020 (anno del record); ricordando che le ppm, sono il rapporto fra il numero di molecole di gas serra e il numero totale di molecole di aria secca. Ad esempio, vivere in un mondo a 350 ppm significa che in atmosfera ci sono 350 molecole di gas serra per 1 milione di molecole di aria secca.

Commentando i dati dell’Osservatorio Mauna Loa, la climatologa della Texas Tech University, Katharine Hayhoe ha sottolineato che «come scienziata, quello che mi preoccupa di più non è che abbiamo superato l’ennesima soglia del numero tondo, ma ciò che questo aumento significa in realtà: stiamo continuando a tutta velocità con un esperimento senza precedenti sul nostro pianeta, l’unica casa che abbiamo».

C’è da preoccuparsi, perché anche se bene o male le economie mondiali sono riuscite a tenere fermo (ma non ridurre, come dovrebbe) il livello di emissioni di gas serra, di questo passo in venti anni arriveremo alle 450 ppm. Il che significa che saranno superati i 2 gradi di aumento della temperatura globale, cosa che secondo la scienza produrrà disastri meteo sul pianeta.

il cambiamento climatico non è un problema futuro – sta accadendo proprio ora.

Ce la faranno le api?

Le api sono degli insetti fondamentali per il nostro ambiente e l’equilibrio degli ecosistemi dalla cui scomparsa derivano gravissime conseguenze a livello di equilibrio ambientale e biodiversità. Tuttavia, anche la sfera economica e quella umana ne risentono significativamente. Secondo i dati STEP (Status and trends of European pollinators), solo in Europa il 9,2% delle 1965 specie di insetti impollinatori sta per estinguersi, mentre un ulteriore 5,2% potrebbe essere minacciato nel prossimo futuro. Tenendo conto che l’80% delle piante esistenti dipende dall’impollinazione delle api, si capisce quanto la portata del fenomeno può essere devastante. Le cause sono molteplici e interconnesse l’una all’altra. Possiamo ricondurle comunque a fattori come parassiti e malattie, ai prodotti chimici, al tipo di ambiente che le circonda, al ruolo diretto dell’apicoltore stesso ma anche, e non ultime, alle pratiche agricole che senza dubbio rivestono un peso importante sia nella scomparsa sia nella salvaguardia delle api.

Apis mellifera

Pensiamo a come sarebbe la nostra vita se fossimo al posto delle api.  Se fossimo malati e avessimo fame dovremmo procurarci il cibo da soli. Per farlo dovremmo andare al mercato, distante dalla nostra casa, e magari neanche tanto fornito ma malati ci mettiamo lo stesso in marcia perché ne vale la nostra sopravvivenza. Arrivati sul posto, stanchi e deboli, compriamo e consumiamo il cibo che però risulta intossicato. Disorientati e ancor più deboli non riusciamo più a ritrovare la strada di casa. E allora iniziamo a girare nei dintorni, ma il cibo scarseggia, ed è ricco di sostanze che ci fanno sempre più male, ci avvelenano il corpo, diventiamo sempre più deboli e allora ci allarmiamo e ci aggrappiamo a qualsiasi cosa perché sappiamo che con questa quotidianità non riusciremo mai a tornate a casa dalla nostra famiglia….

Una ricerca effettuata dalla Comunità Europea in collaborazione con gli Stati Uniti d’America ha rivelato come sia una famiglia in particolare di pesticidi, i neonicotinoidi, ad essere la più deleteria per la scomparsa delle api. I neonicotinoidi sono pesticidi (e insetticidi) introdotti su larga scala proprio in coincidenza con l’inizio della moria delle api. Sono usati in agricoltura per la concia delle sementi di mais e di altre colture. Agiscono sul sistema nervoso di insetti infestanti, ma purtroppo, a quanto pare, vanno ben oltre. Un effetto che sembra riguardare anche gli insetti impollinatori, fondamentali per la sicurezza alimentare nel mondo e per la biodiversità. Inoltre si è scoperto che gli effetti negativi dei neonicotinoidi si ripercuoterebbero anche su alcune specie di volatili, secondo uno studio condotto dai ricercatori olandesi della Radboud Universiteit di Nimega, e che (Università di Trento) i neonicotinoidi riducono olfatto, memoria e senso dell’orientamento delle api. Si tratterebbe dunque di una sorta di innesco deflagrante e letale di una serie di altri problemi di cui già da anni le api erano vittime. L’Unione europea ha deciso di agire in modo preventivo per salvaguardare gli insetti impollinatori. Dopo aver commissionato all’Efsa un parere sugli effetti dei neonicotinoidi, la Commissione europea ha scelto di vietarli dal primo dicembre 2013, per due anni, adottando il principio di precauzione, cioè reagendo “rapidamente di fronte a un possibile pericolo per la salute umana, animale o vegetale, ovvero per la protezione dell’ambiente”. Nel febbraio del 2018 però una ulteriore valutazione scientifica dell’Efsa ha dimostrato il ruolo chiave che i neonicotinoidi ( clothianidin, imidacloprid e thiamethoxam) hanno sulla scomparsa delle api e che ne possono essere esposte in vari modi a seconda dell’uso del pesticida. Le valutazioni hanno indicato che in molti casi le api che foraggiano su colture trattate sul campo e nelle vicinanze sono probabilmente esposte a livelli nocivi dei pesticidi neonicotinoidi. Jose Tarazona, responsabile dell’unità Pesticidi dell’EFSA, ha così commentato: “La disponibilità di una quantità così estesa di dati e le nostre linee guida ci hanno permesso di giungere a conclusioni molto dettagliate. Ciò perché, polline e nettare della coltura trattata contengono residui di pesticidi, e le piante nelle vicinanze possono venire contaminate anche dalla polvere emanatasi dal campo. Inoltre, il terreno in cui è piantata la coltura può essere contaminato dal pesticida. In alcune situazioni il pesticida può persistere e accumularsi nel terreno. Questi residui vanno a finire nel polline e nel nettare delle piantine appena formate. I dati su tale fenomeno sono alquanto limitati, ma l’EFSA ha concluso che, in alcuni casi, le api potrebbero ancora essere esposte a livelli nocivi di pesticidi neonicotinoidi attraverso tale via. A questo punto c’è da chiedersi anche quanto i prodotti biologici possono essere considerati totalmente privi di pesticidi?

Trattamento con diserbante

Anche una ricerca di Greenpeace ha sollevato il problema, e come i neonicotinoidi continuino ad essere ritrovati in una vasta gamma di corsi d’acqua tra cui fossati, fiumi, ruscelli, laghi, zone umide temporanee, acque originate dallo scioglimento delle nevi, acque sotterranee e quelle in uscita dal trattamento dei reflui. Praticamente è come essere circondati e senza via di uscita, come un vero e proprio scacco matto che l’uomo si sta accingendo a portare a termine, contro se stesso!